Chi ama e colleziona giocattoli giapponesi degli anni Settanta, sa bene che il nome “UFO” evoca immediatamente immagini di missili e razzi prodotti dalla Nakajima, azienda famosa per le sue linee legate al mondo dei robot e dei veicoli spaziali. Ma in mezzo ai mercatini e agli annunci online, capita spesso di imbattersi in un piccolo disco volante colorato, presentato come “UFO1 della Nakajima”. In realtà, la verità è diversa e più curiosa: questo giocattolo non proviene affatto dai cataloghi Nakajima, ma porta il marchio di un’altra azienda giapponese, la Sakura.
La scatola non lascia dubbi. In basso, come si vede nella foto, accanto all’illustrazione del disco volante, appare il logo con il bambino stilizzato e la scritta “サクラ”, ossia Sakura. Questa azienda, meno nota al grande pubblico rispetto a giganti come Bandai o la stessa Nakajima, negli anni Settanta ha immesso sul mercato il cosiddetto “謎の物体 光るUFO1号” (Nazo no buttai Hikaru UFO 1-gō), che tradotto significa “Misterioso oggetto volante luminoso UFO numero 1”. Il nome poteva facilmente trarre in inganno i collezionisti, ma si trattava di un prodotto completamente diverso da quello realizzato dalla Nakajima.
Mentre Nakajima costruiva modellini più complessi, spesso collegati a licenze di successo e pensati per cavalcare la popolarità delle serie animate, Sakura si muoveva su un altro terreno: quello dei giocattoli più economici, semplici e immediati, destinati a un pubblico ampio e senza pretese di fedeltà a un marchio televisivo. I loro UFO e robot erano tipici esempi di una produzione che sapeva mescolare fantasia, colori vivaci e meccaniche essenziali a batterie. Nel caso dell’UFO1, il giocattolo era un piccolo disco volante in metallo e plastica, con luci e qualche effetto, pensato più per colpire l’occhio dei bambini nei negozi che per rappresentare un modello preciso tratto da una serie famosa.
Proprio per questa caratteristica, oggi l’UFO1 della Sakura ha un suo fascino particolare. Non è il ricercato missile Nakajima, ma una sorta di “parente” che testimonia la vivacità di un mercato popolato da tanti produttori minori, capaci di proporre alternative accessibili e comunque fantasiose. La confusione tra i prodotti, probabilmente nasce dal nome, che con tutta probabilità fu scelto proprio per richiamare i prodotti più noti e inserirsi in quell’ondata di entusiasmo per lo spazio e gli UFO che negli anni Settanta attraversava con successo il Giappone, e non solo.
Chi colleziona deve quindi prestare attenzione: il disco volante Sakura non è un falso, ma non va confuso con il missile Nakajima o con la linea di prodotti spaziali di quest’ultima.
Il primo è riconoscibile dalla scatola con il logo dell’azienda e dalla sua natura di giocattolo a batterie con cupola luminosa, mentre il secondo è un modellino interamente in metallo, molto vicino all’estetica dei razzi e dotato di un lanciatore a molla. Oggi il rischio non è tanto acquistare un prodotto non originale, quanto pagare a prezzo di Nakajima quello che invece è un prodotto Sakura, anche se altrettanto interessante come testimonianza storica.


Per comprendere meglio la differenza bisogna guardare alle due aziende. La Nakajima Seisakusho, attiva già dagli anni Cinquanta, fu uno dei nomi più rilevanti nel mondo del giocattolo giapponese, specializzata in modellini in plastica e metallo e successivamente protagonista con linee dedicate agli anime robotici. I suoi prodotti puntavano su qualità costruttiva e, soprattutto, su licenze riconoscibili che li rendevano immediatamente legati all’immaginario dei bambini cresciuti davanti alla televisione. La Sakura, al contrario, non aveva accordi di licenza e si concentrava su giocattoli originali ma generici, spesso in metallo litografato e con semplici funzioni elettroniche, accessibili a un pubblico vasto e venduti in negozi più popolari.
L’UFO1 della Sakura è quindi un piccolo esempio di come la storia del giocattolo giapponese non sia fatta solo dai grandi nomi e dalle linee iconiche, ma anche da aziende minori che seppero cogliere lo spirito del tempo e proporre prodotti accattivanti. Probabilmente non sarà un pezzo da vetrina per i collezionisti di robot ufficiali, ma resta comunque un frammento autentico di quell’epoca, una testimonianza colorata di un Giappone che sognava lo spazio e lo trasformava in giocattoli capaci di far brillare gli occhi dei bambini.
Non è questo il primo caso legato all’UFO1 di Nakajima: in una precedente scheda, che qui indichiamo, avevamo parlato della somiglianza di questo prodotto con la versione della Polistil.
A completamento, abbiamo provato a ricercare informazioni storiche sulla Sakura.
L’azienda nasce come marchio attivo nel settore dei giocattoli in latta, con una forte specializzazione nei treni giocattolo di grande formato a frizione, diffusissimi nei negozi giapponesi degli anni Sessanta e Settanta. A partire dal 1973 compare il marchio “Sakura Pet” sulle prime linee di automobili in pressofusione; nel 1974 la gamma si allarga ai modelli ferroviari in pressofusione in scala HO e, in formato ridotto, a quelli che la stampa di settore dell’epoca definiva “Nine Gauge”.
In quegli anni Sakura prova a cavalcare l’onda della die‑cast mania innescata dalla serie Chogokin di Popy: in quegli anni, nei vari materiali promozionali e sulle scatole, l’espressione industriale “die‑cast” viene via via sostituita dall’etichetta commerciale “Kyō‑gōkin” (強合金, “lega forte”) e da categorizzazioni ulteriori come la “tenmetsu / blinking series” per enfatizzare la presenza di luci lampeggianti e batterie.
Nel 1977, con la stessa logica, esce lo “Zakuraman”, un robot ottenuto riadattando parzialmente stampi precedenti (da filiera Bullmark/Zincron), a dimostrazione della vocazione ibrida del marchio, a metà fra produzione propria e riuso di attrezzature esistenti. Un passaggio importante arriva nell’agosto del 1984, quando gli stampi della linea ferroviaria vengono trasferiti alla TRANE Co., Ltd., che ne proseguirà lo sfruttamento per anni.
Collezionisti e siti specialistici riportano inoltre che Sakura operasse nell’orbita dell’azienda Yonezawa/Diapet: non esistono fonti ufficiali univoche, ma più testimonianze di settore parlano di rapporti societari stretti e di una filiazione, mentre è certo che Yonezawa, con il brand Diapet, utilizzasse anch’essa un marchio a “fiore di ciliegio” stilizzato, favorendo confusione iconografica tra i loghi.
Queste informazioni sono ancora in fase di verifica.



